Settimanale Anno XVI
Numero 722 del 27 settembre 2020
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Questa volta non ci dobbiamo assuefare Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Questa volta non ci dobbiamo assuefare
Il vizio dei compagni di tappare la bocca agli avversari

 Che, nei mesi o forse anche negli anni immediatamente seguiti alla fine della guerra, qualcuno malvisto dai vincitori si azzardasse ad arringare la folla è difficile perfino immaginarlo.  Se non gli fosse stato impedito dalla forza pubblica avrebbe rischiato il linciaggio. Brutto a dirsi ma comprensibile; le ferite erano ancora troppo fresche e troppo forte ancora il bisogno di un capro espiatorio. Non solo: all’indomani di una catastrofe il sistema sociale collassa e con esso entra in crisi il principio di un’autorità astratta e impersonale lasciando spazio all’arbitrio e alla giustizia privata. Ma quando il legame fra la nazione e le istituzioni si ricompone e l’emotività cede il passo alla ragione le tessere del mosaico sociale tornano al loro posto, ciascuno riprende il suo ruolo e nell’equilibrio degli interessi privati il Paese ritrova la sua normalità e riprende il suo cammino. Questo in un Paese normale.


La sciagura dell’Italia è stata la presenza di due forze che hanno ostacolato, rallentato e compromesso quella ricomposizione, cercando l’una di perpetuare il conflitto e il clima anarcoide del dopoguerra, l’altra di sostituirsi alle istituzioni per imporre la sua guida e il suo primato sulle coscienze e sui comportamenti. Mi riferisco ovviamente alla Chiesa e al partito comunista, a loro volta ostili fra di loro ma entrambe tese a minare le basi dell’ordinamento liberale e democratico in nome di una concezione finalistica, etica, provvidenzialistica e soprattutto manichea dello Stato e della società.  L’una e l’altra hanno contribuito a ingenerare un atteggiamento collettivo di intolleranza, la convinzione che esista una via giusta al di là della quale c’è il male, il peccato, il Nemico, da combattere, esorcizzare, annientare.

L’unico modo per convivere democraticamente con la Chiesa è quello di tenerla a bada, tagliarle gli artigli, renderla inoffensiva, confinarla nel privato; l’unico modo per convivere democraticamente con un partito dichiaratamente sovversivo come quello comunista è la sua metamorfosi in una socialdemocrazia, annunciata ma mai realizzata. La sua realizzazione, infatti, passa attraverso il distacco definitivo e irreversibile dalle formazioni eversive, dai collettivi studenteschi, dai centri sociali e da tutti quei gruppi che ne mantengono la funzione di supporto militare e di controllo della piazza.


Una democrazia liberale si regge sul consenso della maggioranza e il rispetto dell’opposizione. I suoi strumenti possono essere partiti organizzati e permanenti, comitati elettorali, movimenti, associazioni costituitesi a qualunque titolo, che, in un modo o in un'altro, offrano ai singoli individui la possibilità di aggregarsi, presentarsi come gruppi e  difendere i propri interessi, i propri stili di vita, i propri principi. E se il momento sacro e solenne in cui si celebra la sua essenza è il voto ciò non toglie che le legittime aspettative che provengono dal corpo sociale, quando non vengano tempestivamente accolte, possano esprimersi fuori dai canali istituzionali, nella protesta pubblica anche decisa, nelle rivendicazioni sindacali, nella disobbedienza civile; sono anche queste espressioni della democrazia, quelle, tanto per intenderci che la Cina comunista sta soffocando nell’ex colonia inglese.

Ma se gruppi organizzati di teppisti, come la canaglia dei centri sociali o i compagni di Potere al popolo, autonomamente o, come credo, obbedendo al richiamo di quel partito che non è mai diventato una socialdemocrazia, riescono a mettere il bavaglio a una parte, maggioritaria o minoritaria che sia, della società, impediscono ai suoi rappresentanti di parlare, ne ostacolano le manifestazioni o costringono l’apparato di polizia a intervenire perché possano aver luogo non c’è né libertà né democrazia.  La caccia al nemico che poteva esse capita - non giustificata - nel clima eccezionale che seguiva la disfatta e lo sgretolamento delle istituzioni non ha ragione d’essere e non deve essere tollerata col ritorno alla normalità. 


L’assuefazione alla violazione della legalità è qualcosa di orribile. Gli anni di piombo ne sono una dimostrazione palmare: gli italiani per anni hanno tollerato che giudici, uomini politici, professori, giornalisti, poliziotti venissero ammazzati come cani o, nel migliore dei casi, gambizzati per essere rieducati.  Come capitò a Indro Montanelli, portato poi in giro come un’icona alle feste dell’Unità e usato come arma contro Berlusconi, per poi, rinnovando metaforicamente lo scempio di papa Formoso, essere processato in piazza venti anni dopo la morte.  I casi sono due: o nel nostro Paese avevamo un apparato di polizia da operetta o qualcuno aveva ordinato che il terrorismo rosso non doveva essere stroncato finché non avesse assolto allo scopo per il quale era nato. Fatto sta che gli italiani si erano abituati e consideravano normale tutta la cornice all’interno della quale i gruppi armati avevano cominciato ad operare: stazioni ferroviarie bloccate, scuole e università occupate e stuprate, spese proletarie e saccheggi nei grandi magazzini, banche sfondate e su tutto il mantra: i fascisti non devono parlare, dove l’etichetta di fascista veniva assegnata ad libitum.  Rileggere ora testi e titoli di fogli come Lotta continua fa rabbrividire. Eppure  ci eravamo assuefatti. Tanto assuefatti che i firmatari di quei fogli hanno fatto carriera e qualcuno di loro continua a pontificare.


Non vorrei che ora ci dovessimo assuefare a episodi come quello di Mondragone, dove è stato impedito a Salvini di tenere il suo comizio. Non è un episodio isolato né casuale. È l’arma di riserva della sinistra italiana, un’arma sempre carica, oleata e pronta all’uso.  A me è capitato di nascere, e poi ho scelto di vivere perché non ho l’attitudine a scappare, in una città che dell’intolleranza, della violenza e della stupidità ha fatto la sua cifra. Nella quale passi che siano state divelte statue e effigi che perpetuavano la memoria del regime, passi l’aver rivoluzionato la toponomastica, l’aver ribattezzato lo stadio comunale edificato nel nome di Edda Ciano Mussolini, l’aver dimenticato che quella intitolata a Mascagni  era la terrazza Ciano  - e che non si sparga la voce che Mascagni era fascista anche lui, e non di seconda fila -, passi anche  la rivolta guidata dai portuali nel luglio del 48 col pretesto dell’attentato a Togliatti o la mezza insurrezione per la presenza di Almirante in città, passi la pretesa di mettere fuori legge l’Msi; consideriamo  tutto questo  lo strascico vischioso del passato.


Ma che Fini nel 2007 dovesse essere protetto da un cordone di polizia, che Borghezio qualche anno dopo abbia dovuto battersela a gambe levate per salvare la pelle, che la Meloni, febbraio di due anni fa, sia stata riempita di sputi, che Salvini sia stato costretto a tenere il suo comizio in un locale di fortuna perché il padrone di quello che era stato pattuito aveva avuto paura, questo non doveva passare. Non doveva passare perché si finisce per considerare normale, compatibile con uno Stato moderno, che a qualcuno venga tappata la bocca, e non importa che sia il capo dell’opposizione o l’oscuro militante di un minuscolo partitino. Nell’Egitto del caso Regeni c’è più democrazia che in Italia, se le opposizioni possono manifestare, se non ci sono gruppi al soldo del regime che ne minacciano i rappresentanti, se non ci sono movimenti come le nostre sardine nate apposta per impedire alle opposizioni di farsi sentire, anzi, di esistere. Ma a noi è toccato di assistere allo spettacolo osceno del compiacimento dei compagni e della stampa di regime per la “perdita di popolarità” di Salvini, quando le immagini proponevano le facce esagitate dei compagni e delle compagne accorse nella cittadina guidati da un facinoroso con la maglietta di Potere al popolo. Tutti in galera per attentato alle libertà garantite dalla Costituzione? È già tanto se ad essere incriminati non saranno i leghisti.

No. Non ci dobbiamo assuefare. Né aspettare che siano questori prefetti o ministri a garantire la nostra libertà: perché la libertà, a cominciare da quella di espressione e di riunione, non è negoziabile né è graziosamente concessa dal sovrano di turno. Se lo Stato non la garantisce e non punisce con la massima severità chi la mette a repentaglio, siano sardine, iene o pecore abbrutite, bisogna che siano i cittadini a riprendersela.

Chiosa. Due giornalisti accomunati dalla vicinanza ai salotti radical, dall’europeismo, dall’allergia nei confronti di quello che chiamano populismo, dalle origini sessantottine e dalla vanità personale: Mughini e Padellaro, il secondo ben piantato nel mondo mediatico e, si fa per dire, culturale, nostrano, l’altro avvezzo a respirare l’aria più salubre della contestazione. Che giudizio danno sull’aggressione a Salvini? Se l’è cercata, per l’uomo del Fatto, intollerabile, per l’altro

Evidentemente la democrazia non è una pianta per qualunque terreno e il nostro, perché vi possa attecchire, ha bisogno ancora di essere dissodato e liberato dalle erbacce dell’ottusità, della violenza, dell’intolleranza.

Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione

Una volta ancora sono costretto, mio malgrado, a sprecare due parole per non lasciare senza risposta il signore che, per simmetria, chiamerò professore di italiano e storia in pensione, al quale il mestiere avrebbe dovuto insegnare, al di là del bon ton, che de opinionibus disputandum est at sine exsecratione semmai per metterle a confronto, tanto più che in buona sostanza le sue finiscono per darmi ragione. Si chiede cosa ci fa un estraneo non allineato su questo sito. Per me una tribuna di persone libere e con idee diverse fra di loro è molto più attrattiva di una di parte né vedo perché dovrei rivolgermi ai miei concittadini: il localismo non mi tocca e trovo curioso che un europeista o un mondialista convinto pretenda di alzare steccati fra un municipio e l’altro: Bolzano, Palermo o Savona sono la mia terra.

P.F.L. 

 

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