Guerra e pena di morte Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
GUERRA E PENA DI MORTE

 Entrambe sono esecrate dalla maggioranza delle persone per bene, che mai hanno usato violenza e condannano quanti vi ricorrono. Ciò in quanto la guerra è esplosione di violenza allo stato bruto e la pena di morte equivale ad usare la violenza estrema contro un nostro simile (anche se è il mezzo più sicuro per evitare che reiteri la violenza di cui si è macchiato).

Quindi, siamo tutti portati a condannare ogni forma sia di guerra che patibolare.

Eppure, pur essendo per natura non violento, credo che in certi casi siano necessarie.

Forse molti non provano la partecipazione emotiva che provo io al leggere di cosa succede ai tropici, con l’Amazzonia che brucia, col benestare di fatto del presidente brasiliano, e dei ghiacci che ai due poli si sciolgono, al pari dei ghiacciai alpini. 

Le cause e gli effetti di questi due fenomeni sono ben chiare, ma l’umanità procede compatta verso il loro tragico esito senza turbarsene troppo. 

 

Amazzonia in fiamme: un crimine contro l’intera biosfera [VEDI]

 

Io non riesco ad essere altrettanto composto e cedo ad una reazione emotiva. Di tante guerre a noi periferiche, il cui fine palese è l’accaparramento di fonti energetiche e minerali, non ce ne potrebbe essere una, stavolta davvero “santa” – altro che quelle di matrice religiosa- per fermare lo scempio della foresta brasiliana, che è un innegabile patrimonio dell’umanità? Dobbiamo assistere inerti e inermi alla trucidazione della preziosa fauna e flora che vi allignano da millenni, senza fare nulla in sua difesa? O almeno mettere in stato di accusa Bolsonaro davanti alla Suprema Corte dell’Aia per crimini contro la biosfera? O questo genere di processi deve valere soltanto per crimini diretti contro l’umanità, come le pulizie etniche, tralasciando le stragi di esseri viventi, con fauna e flora in prima linea, ma coinvolgenti anche lo stesso genere umano? Persone come Bolsonaro non meritano forse la pena di morte, limitandoci alla sua sola persona, in quanto Capo di Stato; e quello stesso Stato, in quanto agisce contro l’interesse collettivo, includendovi quindi i diritti degli animali e delle piante, non sarebbe da considerare un vero “Stato canaglia”, con sanzioni ben maggiori di quelle che vengono comminate alla Russia, in quanto si discosta dal pensiero unico? L’ONU e i suoi caschi blu non dovrebbero mobilitarsi per fermare una minaccia così grave, certo ben più grave che per passate discese in campo? Se nei Balcani le pulizie etniche portarono a pesanti condanne per crimini contro l’umanità dei principali responsabili, Milosevic, Mladic, Thaçi e Karadzic, il presidente brasiliano Bolsonaro ha lasciato fare di ben peggio sul suo territorio, colpendo anche il mondo intero, e viene lasciato al suo posto a reiterare il crimine finché della foresta brasiliana resterà solo il ricordo? Possiamo tollerare, come stiamo facendo da troppo tempo, che un singolo Stato vanifichi tutti gli sforzi e le misure che l’Europa sta compiendo per limitare l’effetto serra e raggiungere il traguardo della decarbonizzazione?

 


Ratco Mladic, uno dei vari “macellai dei Balcani”, condannati a pene pesantissime, fino all’ergastolo, per crimini contro l’umanità

 

L’UE ha suscitato il mio plauso quando ha minacciato di bloccare gli scambi commerciali col Brasile, se non avesse posto fine ai roghi amazzonici. Mi sono illuso sull’efficacia di questa presa di posizione, ma continuo a leggere e vedere denunce per il continuare imperterrito degli incendi.

Come in Iraq e in Libia si sono scatenate guerre per impossessarsi dei loro pozzi petroliferi, non si osa fare altrettanto con una nazione che sacrifica le sue enormi riserve naturali, considerandole sua esclusiva proprietà, da consumare nel giro di una generazione? Il perché è presto detto: quelle distruzioni creano nuove, quanto effimere, terre coltivabili per produrre foraggio per bestie da carne e materia prima per estrarne benzina “verde”: merci di cui i mercati ricchi sono ghiotti. Una ghiottoneria che impedisce loro di agire, pur rendendosi conto che procedendo in questa direzione si sostituirà la foresta pluviale col deserto.

 


Jair Bolsonaro, il macellaio dell’Amazzonia, siede indisturbato sul seggio più alto del Brasile, pur avallando, con la sua inazione, crimini contro l’intera biosfera

 

Questo processo è già avvenuto in passato: ad esempio in Medio Oriente col sovrapascolo e nel Sahara per ragioni ancora non chiare. Innumerevoli civiltà, che gli archeologi disseppelliscono dall’oblio, sono testimonianze di una loro repentina scomparsa, per cause a volte umane dirette, come nel caso di Troia, ma molte altre volte per cause ambientali, dalle alluvioni alla siccità. Si tratta comunque di casi non coevi e geograficamente isolati; mentre oggi le grandi minacce sono globali e contemporanee, come l’effetto serra e le sue conseguenze, nonostante i fenomeni siano ancora localizzati in certe aree, ma con crescente recrudescenza, come stiamo sperimentando anche nel clima della stessa Italia, sempre più esposta alla violenza metereologica. 

 


Un libro del 1978 molto istruttivo su come in Medio Oriente la “Mezzaluna fertile” divenne un deserto a causa dello iper-sfruttamento dell’uomo

 

Il Covid ha innescato un cambiamento drastico di molte nostre inveterate abitudini, dimostrando la docilità con cui, in nome della salute, i popoli si lasciano irreggimentare. È più facile cogliere il nesso causale tra virus e malattie individuali che non quello tra una foresta in fiamme e la salute collettiva. Ma ormai conosciamo bene lo stretto rapporto tra riduzione della biosfera e della sua estensione con la crescente collera delle manifestazioni climatiche.

Di fronte all’approssimarsi del disastro i ricconi che ieri si erano costruiti bunker antiatomici, oggi vagheggiano fughe extraterrestri su navicelle spaziali. Puntate però verso il nulla. 

 

 

 Marco Giacinto Pellifroni                     27 settembre 2020 

 

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