Dopo la morte di Dio Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   

DOPO LA MORTE DI DIO

(Parte prima)

 Chi ci salverà? Una volta mandate in soffitta (o in cantina) come attrezzi arrugginiti e ormai inservibili per l’uomo contemporaneo la metafisica aristotelica  e la vecchia teologia positiva o catafatica cioè “affermativa”, “dogmatica” e “rivelativa” - come ci salveremo dalla perdita totale di senso e dal nulla che nullifica l’ente riducendolo a “ni-ente”, secondo la perspicua, pregnante formula di Giorgio Girard, che ha appena pubblicato il suo nuovo saggio Metafisica tradita? Teologia “nichilista” e disagio del credente (Rubettino, 2020) con cui prosegue e approfondisce la riflessione e la ricerca di un possibile risvolto positivo del nichilismo che caratterizza il nostro tempo disincantato e tragico, malgrado gli enormi progressi e i “miracoli” della tecnica, impensabiie solo cinquant’anni fa.


Giorgio Girard

Girard continua dunque anche in questo nuovo studio la sua ricerca di una via per una possibile ecumene universale  oltre le divisioni, i  monoteismi, le guerre di religione, il dualismo teorico e pratico e per il superamento dell’io chiuso, egoistico e personale verso un io collettivo, aperto e “rappresentativo” dei nuovi paradigmi socioculturali, dal monoteismo dogmatico e fondamentalista  verso un monismo inclusivo e panteistico che sostituisca allo schematismo dominante, oppositivo ed escludente dell’aut aut il nuovo paradigma basato sull’ inclusività accogliente  dell’ et et, l’inizio delle quali risale a Psicologia debole e ricerca ecumenica. Non più destra né sinistra? (Bruno Mondadori, 2005). Il volume fresco di stampa di cui intendiamo parlare oggi può considerarsi la continuazione di Nichilismo bifronte. Elzeviri sullo spirito del tempo (Mimesis, 2018) uscito due anni fa; anche per i suo libro attuale  vale una delle citazioni che ha posto in epigrafe al volume precedente: “L’uomo particolare può lottare quanto vuole, ma gli è impossibile strapparsi dal suo tempo, come uscire dalla propria pelle: egli infatti appartiene allo Spirito, unico, universale, che è il suo stesso essere e la sua propria essenza” (G. F. W. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia).

Difatti noi tutti abitiamo, volenti o nolenti,  dentro e non fuori dallo Zeigeist , dallo Spirito del nostro tempo il quale, secondo Nietzsche, è caratterizzato dal nichilismo, cioè dalla svalutazione, o meglio, dalla fuga dalla vita vera in cui dominano la paura e il rischio permanente di finire nel nulla della morte per rifugiarsi nel mondo trascendente, eterno e immutabile, ma astratto,  delle idee. Invece si tratta di prendere atto che non esiste un altro mondo dietro o sopra a questo mondo e che “il vecchio Dio è morto”, ragione per cui finalmente “noi filosofi ci sentiamo come illuminati dai raggi di una nuova aurora; finalmente possiamo di nuovo sciogliere le vele alle nostre navi e muovere incontro a ogni pericolo” (La gaia scienza, 1886). Questo è quello che Nietzsche definisce nichilismo attivo distinguendolo da quello passivo dell’uomo massificato che riempie immediatamente il vuoto lasciato dalla morte di Dio con un nuovo paganesimo immemore dell’antico, popolato da una pluralità di mostruosi idoli artificiali (per esempio: lo Stato, la Nazione, il Partito, l’Ideologia, il Sindacato, la Classe, il Danaro, le Macchine, la Moda, il Consumismo…) a cui sottomettersi in cambio di protezione e sicurezza. Ancora più disincantata, se possibile, è la visione dello Spirito del nostro tempo secondo Max Weber, per il quale la morte di Dio non schiude all’uomo un mondo di libertà e di ritrovata autonomia ma “una gabbia d’acciaio” dalla quale l’individuo moderno non può più uscire, prigioniero dei meccanismi artificiali da lui stesso creati.


Altrimenti detto, siamo ormai schiavi di un nuovo Dio, cioè della Tecnica. La visione del nostro tempo che propone Giorgio Girard è anch’essa disincantata; tuttavia lascia aperti alcuni spiragli alla speranza nella resurrezione non del vecchio Dio ma – e qui l’autore mette in campo se stesso, la sua propria esperienza di vita, la sua biografia intellettuale ed etica - del “dio (sic!) che i ‘nuovi cristiani’ stanno elaborando come segno di inedite nuove spiritualità”. Questo significa che, per Girard (nelle cui vene filosofiche, direbbe Nietzsche, scorre sangue di teologo) come per i “nuovi credenti” protestanti e cattolici non tutto è perduto, non tutti i valori trascendenti si sono tramutati in valori umani, troppo umani. Ma da dove proviene questa speranza? Lo spiega egli stesso nella Prefazione a questo libro a cominciare dal suo incipit: “Ho scritto recentemente due o tre libri che proseguono in un mio iter del nuovo secolo orbitante sempre più intorno a un ‘religioso laicamente inteso’ come marcatura di un terreno che si situa oltre quello che Heidegger chiama il ‘pensiero calcolante’. E allora ho avvertito l’esigenza di esaminare un po’ più da vicino quella sorta di ‘trascendenza umana’ che potrebbe essere alla soglia di questo nostro stranissimo mondo”. Non a caso l’autore usa il termine laico di “rivoluzione”, ovviamente interiore, e non quello religioso di “conversione”, per caratterizzare quel sommovimento epocale che dall’ambito confessionale deborda in quello psicosociale, storico-esistenziale ed antropologico: “Quei libri, a poco a poco, mi avevano portato a una presa d’atto, come esser giunto a palpare con mano quel grandioso scossone nell’ambito del religioso, quella serie di traballanti scuotimenti senza speranza imminente di un riassesto che l’epoca suscita.


Tutto ciò riguardava l’apertura a certi ‘sbalorditivi nuovi pensieri’ emananti non dai tradizionali ‘laicisti, agnostici e atei’, bensì da quel nucleo forte di chi da sempre avverte il religioso come essenziale al suo vivere. Dunque una ‘rivoluzione’ almeno latente, effetto di colossali sfrondamenti da zavorre ormai alle spalle. Ma ‘zavorre’ che chi assiste in certo modo dall’esterno, interessandosi intellettualmente alle problematiche religiose, come potrei essere io stesso, vede distintamente come l’ossatura che ha guidato e sorretto i millenni dell’Occidente cristiano”. E questa ossatura è sostanzialmente quella platonica e aristotelica che si basa sulla distinzione dualistica di soggetto-oggetto, io - tu, materia-spirito, anima-corpo, bene-male, luce-tenebra, maschio-femmina, greco-barbaro, libero-schiavo, e, sul piano religioso, paradiso o inferno, salvezza o dannazione, fedele o infedele…A un certo punto della sua vita Girard, come lo schiavo platonico in fondo alla caverna nella famosa allegoria del libro settimo della Repubblica, si libera dalle catene della teologia dogmatica o positiva e risale verso la luce del sole e della vera libertà dove il peccato originale e tutte le ataviche paure di una dannazione nel fuoco che arde in eterno si sciolgono come neve al sole.


“Talché - racconta Girard - recentemente mi sono sorpreso a dire a un amico prete, che stimo moltissimo e che - almeno in ‘termini moderni’ viene considerato, con lessico invece antico, un ‘santissimo prete’ – che non avendo io fatto la comunione da 46 anni, non mi sognerei oggi di accostarmi a questo sacramento senza prima confessarmi”. E qui Girard scopre, con lieta sorpresa, che per quel santissimo prete la confessione preliminare alla comunione non è più obbligatoria: “Ebbene, questo amico, vegliardo come me anzi biograficamente più di me, mi fece vari cenni all’importanza della dimensione comunitaria della comunione, sottintendendo un ‘non cale’ alle mie preoccupazioni eventuali di peccato sacrilego che, secondo me,  cresciuto in una famiglia di fortissima impronta cattolica, almeno ‘di allora’ – avrebbero, in una sorta di reminiscenza automatica, ‘dovuto-potuto’ evocare”. Al che si potrebbe commentare sbrigativamente dicendo che nemmeno i peccati sono più quelli di una volta! Ma questo cammino a ritroso e in salita dal dogmatismo post tridentino alla nuova teologia della post morte di Dio merita di essere seriamente indagato, a cominciare dal testo fondamentale del teologo Matthew Fox:  In principio era la gioia (Fazi, 2011). Indagine a cui dedicheremo la seconda parte di questo commento al libro di Giorgio Girard.

FULVIO SGUERSO 

 

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