SETTIMANALE anno XVII
n° 748 del 18 aprile 2021
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Mal d’Africa Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Mal d’Africa           

 I popoli europei non hanno in comune soltanto il sostrato linguistico la morfologia e i tratti culturali di base, come la stanzialità, ma la vocazione guerresca. La civiltà omerica come quella degli invasori dori al pari dei latini dei celti o dei germani si esprime innanzitutto nella costruzione di armi di difesa e di offesa, nella struttura militare della società, nell’educazione guerresca e nel culto della forza fisica. I popoli europei non sono pacifici o pacifisti ma sono loro ad aver elaborato l’irenismo, la pace come valore o addirittura come divinità. La contraddizione è solo apparente: la guerra è stata per loro il mezzo per difendere i confini e la vita dei membri della comunità da vicini ostili, il mezzo per acquistare nuove terre fertili quando le proprie impoverite non producevano più, il mezzo per estendere e rendere più sicuro il proprio territori o per prendere il controllo delle vie di approvvigionamento del sale, dei corsi d’acqua, dei valichi montani. Ma la guerra è portatrice di lutti, lascia dietro di sé vedove e orfani, lascia i campi incolti e le greggi incustodite. E rende gli uomini feroci, fa perdere le remore e trasforma i propri simili in oggetti da fare a pezzi. Questa consapevolezza guasta la festa dei vincitori che si sentono obbligati a purificarsi e a chiedere perdono alle divinità. Insomma se tutta la vicenda dei popoli europei è insanguinata dalle guerre non per questo i popoli europei amano la guerra. La rispettano e la temono e i primi a temerla sono i combattenti. Era così nel passato e così è rimasto attraverso i secoli.


In Africa non è così. In Africa la guerra è un gioco, un divertimento esaltante, un modo per sentirsi forti e per soddisfare le proprie pulsioni, una faccenda priva di regole, di razionalità, uno sfogo e un’alternativa al lavoro. Il gusto di riunirsi in bande, bruciare le capanne di un villaggio indifeso, tagliare qualche testa e stuprare le donne è anteriore a qualsiasi rivalità tribale, all’odio dei musulmani verso cattolici e animisti, anteriore all’Isis e al califfato e non si parli di povertà. In una società basata sulla sopraffazione, sulla violenza, sulla sottomissione delle donne, completamente ignara dell’etica del lavoro i criteri di valutazione occidentali sono completamente fuorvianti. L’approccio occidentale che vede poveri da soccorrere è viziato dal ricorso a categorie improprie perché se è vero che vi sono bambini piagati o denutriti come quelli che in barba alle norme sulla tutela della dignità dei minori vengono imposti dalla pubblicità delle Ong impegnate a rastrellare denari destinati a fermarsi nelle tasche di chi le dirige, la soluzione non è quella di curarli e sfamarli ma di modificare con le buone o con le cattive una organizzazione culturale che si regge proprio sull’abiezione, sulla disumanizzazione, sul terrore. Dagli stessi villaggi miserabili esposti alla commiserazione dei buonisti di casa nostra escono i predoni assassini, compresi ragazzi che non appena sono in grado di reggerne il peso lasciano la scuola della missione per imbracciare il mitra, che, detto per inciso costa più di quanto un contadino possa guadagnare in un anno.

 


 

Ammettiamo per un momento che i congolesi si decidano a mettere a frutto le ricchezze del loro sottosuolo, che i centri urbani con i loro grattacieli prendano il sopravvento sulle baraccopoli e che i villaggi di capanne scompaiano per cedere il posto a centri agricoli di produzione intensiva senza ricorrere ala deforestazione: per i frutti delle nidiate di un’incontrollata esplosine demografica si apre una prospettiva di lavoro negli uffici per i più dotati, nei cantieri  e nelle fabbriche per gli altri e per le ragazze  nei negozi e nei grandi magazzini. Stipendi decorosi, abitazioni confortevoli, una vita scandita dagli orari di lavoro, presumibilmente pesanti in un’economia allo stato aurorale. È quello che è stato realizzato nei Paesi che hanno adottato lo stile di vita europeo e che in una parte - minoritaria - dell’Africa sta accadendo. Ma vuoi mettere per un giovane congolese l’ebbrezza e il senso di libertà durante i caroselli col fuoristrada sventagliando raffiche di kalashnikov in aria o addosso ai loro compaesani? E per le ragazze non è più naturale prostituirsi, che tanto il loro corpo serve solo per lo sfogo del maschio? Già, perché le nostre femministe non se ne accorgono ma in Africa, quell’Africa che dovremmo compatire e soccorrere, imperversa senza freni un maschilismo che non ha riscontro in nessuna civiltà del presente o del più remoto passato.

 


 

Schiavi del lavoro, degli orari e del cartellino, per non dire delle piantagioni! Non sia mai. Quando hanno scoperto che la pirateria rende molto più della pesca i pescatori somali si sono attrezzati di conseguenza senza disdegnare la fonte di reddito preferita dai soldati del califfato e dalle bande armate di tutta l’Africa subsahariana: il rapimento - finalizzato al riscatto - degli occidentali, turisti, preti, volontari delle Ong. Merce preziosa, l’europeo, specialmente se si tratta di una persona ragguardevole, addirittura un ambasciatore. Ma i diplomatici è più facile ammazzarli che rapirli perché non se ne vanno in giro senza precauzioni; gli americani ne sanno qualcosa. Ora si scopre che il nostro ministero degli esteri non predispone misure di tutela del personale diplomatico e che i responsabili dell’Onu si comportano nelle aree più infide del continente più turbolento come se fossero in un villaggio vacanze. È qualcosa che lascia sconcertati. Della tragica vicenda di cui sono rimasti vittime il nostro ambasciatore, il carabiniere che lo accompagnava e il loro autista potrei farmi una ragione se ci fosse stato un conflitto a fuoco o se un’autoblindo fosse saltato sopra una mina: sono tragedie che in teatri di guerra non possono essere del tutto prevenute. Ma che ci faceva un solo carabiniere in un’auto da escursionisti guidata da un autista locale con a bordo l’ambasciatore e le bandierine del corpo diplomatico? Non si circola così nemmeno per le vie di Roma o di Milano.

 


 

Può darsi che il nostro giovane diplomatico, un uomo sicuramente ammirevole per intelligenza, umanità, competenza, modestia, una perla rara in un mondo di spocchiosi dalla carriera garantita dalla schiatta familiare, buono e generoso per indole e condizionato dall’educazione religiosa avesse sviluppato un atteggiamento di apertura senza riserve verso il Paese nel quale egli rappresentava la presenza amica dell’Italia e che non avvertisse il pericolo al quale andava incontro. Può darsi, anche se mi pare del tutto improbabile; comunque è compito dei giudici stabilirlo. Quel che è certo che il povero carabiniere non aveva alcuna voce in capitolo, nessun potere decisionale e lui sicuramente è stato messo in una situazione disperata senza possibilità di scelta, come l’autista, dimenticato dalla nostra stampa progressista come se la vita di un nero valesse meno di quella di un cane.  Sarebbe veramente una tragedia nella tragedia se il nostro ambasciatore fosse stato vittima del buonismo imperante, dei pregiudizi del pensiero unico, della riedizione del mito del buon selvaggio; una forma di razzismo alla rovescia che impedisce di vedere realisticamente le anomalie di culture incapaci di darsi una organizzazione stabile e prive completamente del senso della legalità.

 


 

Ma se, come credo, la leggerezza è imputabile in toto ai rappresentanti locali delle Nazioni unite e il nostro ambasciatore ne è stato a sua volta vittima bisognerà che si mettano in discussione il ruolo, la funzione, l’utilità dei caschi blu e il senso delle iniziative delle Nazioni unite, i loro vertici e le loro capacità organizzative. E, nel caso specifico dell’ex Congo belga ricordo che sono passati sessanta anni dall’eccidio di Kindu in cui persero la vita tredici aviatori italiani in missione con le Nazioni unite impegnate a mettere ordine nel caos tribale seguito all’assassinio di Lumumba. È un tentativo che dura dal 1960 e la situazione, se è cambiata, lo è in peggio: sarebbe l’ora di finirla con gli aiuti umanitari, il sostegno a governanti corrotti capaci solo di perpetuare il caos e di porre fine alla strategia fallimentare, e ipocrita, dei portatori di pace. Se la repubblica democratica del Congo - ora si chiama così - è un problema che richiede l’intervento delle Nazioni unite, questo non può risolversi nella presenza di spettatori inerti ma deve portare al commissariamento del Paese perché lo si possa disarmare liberando la popolazione dalla prepotenza delle milizie governative e delle bande. Gli unici a rimetterci, oltre ai signori della guerra, sarebbero quei Paesi e quelle società straniere che si giovano del caos per mettere le mani nel sottosuolo congolese. 

Media e, a quanto pare, giudici insistono sul fuoco amico che avrebbe causato la morte dei due italiani, e si perde tempo per controllare il calibro dei proiettili che li hanno colpiti come se questa circostanza alleggerisse la posizione dei rapitori. Chissà cosa ne pensano la moglie e i figli dell’autista freddato con un colpo alla testa. Ma in fondo lui era solo un nero.

  Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione   

 

  Il nuovo libro di Pier Franco Lisorini  FRA SCEPSI E MATHESIS

 


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