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Settimanale Anno XV
Numero 674 del 28 luglio  2019
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Cinema: L'uomo con la macchina da presa Stampa E-mail
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
L'uomo con la macchina da presa

L'uomo con la macchina da presa (Ćelovek s Kinoapparatom), di Dziga Vertov, interpreti gli abitanti di Mosca, produzione VUFKU, Unione Sovietica, anno 1929, genere documentario.

 Verso la metà degli anni '20, alle soglie dell'entrata in scena del sonoro,  la sperimentazione cinematografica del muto raggiunge livelli innovativi di qualità artistica e interesse popolare straordinari.

Questo film documentario di Dziga Vertov ne è un esempio. Brilla per originalità nel modo di riprendere e montare la pellicola, il cui risultato non è altro che una sorta di film nel film in grado di togliere alle immagini ogni potere seduttivo e di illusorietà, (esse infatti non vengono separate dalle cose a cui si riferiscono per meglio concentrarsi sull'estetica, ma anzi ne rafforzano il rilievo con una comunicazione unitaria).

 Il film coinvolge anche per la potenza dell'ideologia comunista che lo anima, che appare moderna e innovativa,  comunicata semplicemente stando con la macchina da presa in mezzo alla gente e agli eventi, registrandone i linguaggi e i gesti. 

 La macchina da presa di Vertov sa come poter cogliere gli aspetti significanti di quel reale indimenticabile. 

Un film che contribuisce alla difficile costruzione del comunismo in Unione Sovietica, calandosi in una atmosfera etica vera, quasi religiosa, dal sapore escatologico. 

E' l'epoca della prova della validità del comunismo, i suoi ideali nuovi devono materializzarsi, occorre che essi trovino riscontro nella realtà di tutti i giorni anche attraverso la comunicazione mediatica: la cui forza al servizio del comunismo ricorda alle masse la  forza che hanno creato, la vittoria ottenuta e l'etica in gioco da esse imposta. 

Per Vertov l'utopia sta realizzandosi, e il cinema non può rimanerne indifferente ma anzi partecipare, dando voce e immagine al popolo, senza più l'ansia per il cineasta di dover fare affari a tutti i costi. L'artista deve stare  in mezzo al proletariato, farlo sentire simile a lui, cioè votato alla stessa causa, coglierne le sfumature di gioia e soddisfazione aperte dalla rivoluzione, nonché i dettagli del cambiamento in atto riscontrabili attraverso gli atti e la modulazione degli sguardi, quest'ultimi indubbiamente più espressivi di una volta, insomma egli deve cogliere lo spirito, (nonostante il successo del pensiero materialistico), di chi sosta  sulle vie e le strade della città sentendole finalmente proprie. 

Per Vertov,  riferendosi al contesto storico da lui vissuto, occorre che il cinema non interpreti il nuovo modo di sentire della gente, finalmente lontano dalla disumanità del capitalismo zarista, ma lo faccia vivere direttamente sullo schermo, in presa diretta, senza artifici, evidenziandone tutto il pathos costituito per lo più da una speranza accesa, legata a un momento storico impazzito ma che fa sul serio: con la mobilità di un soggetto politico di incredibile eccezionalità capace di sconvolgere vecchie istituzioni e costruirne delle nuove. 

Perché, per chi non lo sa, sembra proprio che in Unione Sovietica lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo negli anni '20  sia   stato azzerato, e l'escatologia  realizzata …

      Biagio Giordano  

 

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