TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 680 del 13 ottobre  2019
Tel. 346 8046218
Una vita per la libertà Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
UNA VITA PER LA LIBERTA’
 

Il 19 luglio scorso è morta la novantenne filosofa ebrea ungherese Agnes Heller, annegata nel lago Bàlaton, dove si era tuffata, come era solita fare, per una bella nuotata corroborante. Il suo cuore non ha retto a quest’ultimo  azzardo. Nemica irriducibile di ogni regime totalitario, teorica del conflitto dei bisogni radicali con ogni forma di potere e della vita come impegno rivoluzionario quotidiano,  negli ultimi tempi era attivamente impegnata contro il governo illiberale di Viktor Orbàn: “ Io ormai non ho più paura per me, se non sono riusciti a eliminarmi nella fabbrica della morte nazista né a farmi tacere sotto l’impero sovietico, non ci riusciranno neanche i sovranisti.


Agnes Heller

Ma ho paura per il mondo, per adulti e giovani di oggi e di domani. Ho paura per le nuove generazioni, perché i sovranisti, come Orbàn da noi, Kaczynski in Polonia, o i loro alleati in Italia e in Francia, sono adesso alleati per conquistare l’Europa ed estirpare i valori democratici e l’abitudine a decenni di pace. Ma il loro successo si basa su nazionalismi feroci e aggressivi che domani potrebbero facilmente divenire contrapposti. E allora un rischio di guerra in Europa, per la prima volta dopo la fine delle guerre balcaniche iniziate da Milosevic, potrebbe divenire concreto, reale, minaccioso”. Questo ha detto la filosofa ungherese nel suo ultimo colloquio con il giornalista Andrea Tarquini di Repubblica, nella sua tranquilla casa in riva al Danubio. Agnes Heller era nata a Budapest il 12 maggio del 1929, in una famiglia della colta borghesia ebraica, perseguitata prima dal regime di Horthy, poi, dopo l’invasione tedesca, il suo destino sarebbe stato quello di finire con la sua famiglia in una camera a gas ad Auschwitz- Birkenau, ma fu tra le poche superstiti della Shoah (della sua famiglia si salvò solo lei e sua madre).


Orbàn e Kaczynski

Nel dopoguerra, seguì la sua vocazione filosofica e divenne l’allieva prediletta del marxista eretico Gyorgy Lukàcs,  così patì con l’autore di Storia e coscienza di classe i controlli, le minacce e le persecuzioni del regime comunista, prima e anche dopo la feroce repressione  della rivoluzione ungherese del 1956 da parte dell’Unione sovietica di Kruscev. All’inizio degli anni Sessanta fonda con alcuni amici marxisti dissidenti (tra i quali il marito Ferenc Fehér) la così detta “Scuola di Budapest”, caratterizzata da una lettura ‘umanistica’ dei testi di Marx, soprattutto dei Manoscritti economica-filosofici del 44 e dell’Ideologia tedesca.  Destituita dai suoi incarichi accademici insieme al suo maestro, trascorse anni insegnando in scuole secondarie con il divieto di pubblicare alcunché. Nel 1968 protesta contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, e deve subire un’altra persecuzione poliziesca per le sue idee non allineate. Nel 1973, a causa di un procedimento imbastito su accuse pretestuose dal partito comunista ungherese, viene di nuovo sollevata da tutti gli incarichi accademici. Nel 1977 emigra in Australia con il marito.


Gyorgy Lukàcs

Nel 1981 viene chiamata a insegnare Filosofia politica presso la New School di New York, sulla cattedra prestigiosa che fu  di Hannah Arendt, il suo ultimo punto di riferimento filosofico, etico e politico, insieme al Kant della Metafisica dei costumi , della Critica della ragion pratica e, in particolare, Critica del Giudizio , come si evince dalla sua Etica generale (1994). Il marxismo eterodosso del vecchio Lukàcs  è ormai solo un ricordo di gioventù. Dopo la caduta del muro di Berlino torna nella sua Ungheria dove viene designata membro dell’ Accademia delle Scienze. Nei suoi ultimi anni è stata una delle voci critiche più autorevoli in Europa contro il governo nazionalista di Viktor Orbàn. In un’ altra  intervista rilasciata sempre ad Andrea Tarquini, uscita su La Repubblica del 17 febbraio 2016, spiegava così la sua posizione politica: “Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia ricordano il vecchio Asse. Non sono uniti da valori ma dall’identificare un nemico comune: il cuore della Ue, soprattutto la Germania, contro cui sono in guerra per imporre le loro ideologie illiberali e prendere la guida dell’Europa insieme a forze a loro affini. E’ una sfida lanciata a liberal progressisti, conservatori, a tutti i veri europei”.


Agnes Heller con Macron

Il no ai migranti non è l’obiettivo principale?

“E’ piuttosto strumento della loro guerra: criminalizzano migranti e profughi per criminalizzare Angela Merkel che, dicono, accogliendoli sul suolo europeo distrugge la loro idea d’ Europa. E’ guerra tra diverse parti dell’ex impero sovietico e le democrazie dell’Europa occidentale e meridionale. Vincerà chi avrà il controllo dell’Ue.

Merkel primo bersaglio, dunque, perché?

“Perché è e rimane il personaggio più forte, centrale, dell’Ue. Nella partita in corso, lei è come il Re nel gioco degli scacchi. Devono riuscire a darle scacco per trasformare la Ue in una ‘Europa delle patrie’ rette da sistemi illiberali nazionali, di cui Orbàn e i suoi migliori alleati, i governanti polacchi, parlano. Scacco al re, anzi alla regina in questo caso, nel nome del nazionalismo e dell’onnipotenza degli Stati nazionali, il vero male del Ventesimo secolo, a mio modo di vedere”.

Ma sono comunque popolarissimi in patria, perché?

“Perché gli elettori da noi sono frustrati e depressi, sebbene non manchi chi scende in piazza per protestare contro questi governi antiliberali. E’ sempre facile in Europa orientale, dove esistono persino opposizioni a destra di Orbàn e del PiS polacco (Prawo i Sprawiedldliwosc, cioè Diritto e Giustizia dei gemelli Kaczynski), giocare la carta del nazionalismo, dire che occorre resistere ai diktat in arrivo da fuori. Il potere è così forte da creare oligarchi che poi lo sostengono”.

I cittadini condividono dunque il no alla solidarietà europea dei loro politici?

“Purtroppo, giocando la carta della resistenza nazionalista contro presunti ricatti di Bruxelles o Berlino, hanno distrutto il principio stesso della solidarietà, legame e valore fondamentali dell’Europa. Vogliono tutto dalla Ue ma non danno nulla in cambio. La gente dimentica gli ingenti aiuti e investimenti europei. E l’egoismo degli Stati nazionali, definiti da Nietzsche ‘bruti che si servono da sé’, distrugge i valori costituiti europei. Ma in patria slogan e propaganda convincono.

Quanto è pericoloso tutto questo?

“Molto, perché le democrazie occidentali si stanno mostrando deboli a fronte di questi semidittatori. Germania, Francia, Italia in quanti Stati liberali non sono portati ad assumere linee dure o sanzioni. Se resteranno deboli, l’Asse e i suoi potenziali seguaci potranno davvero mettere a rischio l’Ue e i suoi principi.

L’Europa democratica dovrebbe reagire più duramente?

“Non so come dovrebbe reagire, ma so che deve mostrarsi forte. Difendere i suoi valori, e capire la serietà della sfida illiberale della quale Orbàn è l’ideatore: lui invita tutti a non sentirsi più innanzitutto europee. Penso e temo che il virus illiberale e demagogico potrà diffondersi e minare le fondamenta democratiche dell’Europa contando sulla capacità di condizionare l’elettorato con un messaggio forte e populista”. 


Questa, in sintesi, la sua posizione etico-politica che, per lei come per Hannah Arendt non va disgiunta dall’estetica: un’azione politica, cioè che riguarda la comunità, se è giusta è anche  buona, e, se è buona è anche bella. Guai, dunque a separare la politica dalla morale e la morale dall’estetica. Per Agnes Heller una persona buona è anche bella. La bellezza della persona buona non deriva tanto dall’armonia e dal controllo della ragione sulle passioni, come per gli stoici,   ma dalla continua ricerca di un accordo tra le componenti contrastanti di noi stessi, o, se si preferisce, con l’ altro che vive dentro ciascuno di noi. L’ Etica generale di Agnes Heller parte dal presupposto che è sempre possibile scegliersi come persona buona, come è sempre possibile scegliere in politica da che parte stare, e anche dal presupposto che esistono già persone buone, dal momento che, come pensava Wittgenstein “L’etica deve essere una condizione del mondo, come la logica”. E’ quindi impossibile l’esistenza di un mondo in cui non ci sia neanche una briciola di bene: “E’ impossibile immaginare la vita umana senza la categoria primaria di orientamento rispetto al valore. E’ impossibile immaginare un mondo senza persone che possano soffermarsi ad immaginare un mondo. Ci si sofferma su un mondo di bene e di male. E’ impossibile soffermarsi su qualsiasi altro mondo”. Quindi, per Agnes Heller  siamo sempre liberi di scegliere tra il bene e il male, cioè di andare verso il  bello, il buono e il vero (l’essere) anziché verso il brutto, il cattivo e il falso (la deprivazione di essere). Dunque siamo noi umani responsabili della tenuta stessa del mondo che non può sussistere senza uomini (e donne) che scelgono il bene nonostante tutto (e che sperano oltre ogni speranza, come dice san Paolo nella Lettera ai Romani).

   FULVIO SGUERSO 
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