di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 687 del 1 dicembre  2019
Tel. 346 8046218
Puntualizzazioni su Remo Bodei Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   

PUNTUALIZZAZIONI SU REMO BODEI

 I lettori di “Trucioli savonesi” ricorderanno l’articolo del sottoscritto in memoria di Remo Bodei, il filosofo morto a Pisa il 7 novembre scorso, pubblicato domenica 17 novembre, intitolato La morte apparente di Remo Bodei per significare che la scomparsa dell’autore di opere filosofiche destinate a durare al di là del tempo di una vita e al di là della propria epoca non può considerarsi veramente morto perché continua a filosofare, a insegnare e, insomma, a vivere tramite le pagine dei suoi libri, come avviene per i classici della letteratura e del pensiero. L’articolo è rimasto tra i primi tre nella classifica dei più letti di quella settimana, insieme a un lungo articolo del prof. livornese di filosofia Pier Franco Lisorini, sul difficile rapporto tra uomo e natura e a un articolo come al solito molto polemico di Marco Pellifroni su regole teoriche e sregolatezza pratica, di modo che era pressoché impossibile che sfuggisse all’attenzione del prof. Lisorini, tanto più che ricordo un suo articolo di due estati fa in cui dichiarava tutto il suo sdegno proprio nei confronti del vecchio amico e compagno  di studi all’ Università pisana perché figurava tra i primi firmatari di un Manifesto di docenti universitari e altri esponenti della cultura italiana contro la politica economica avventurista e disumana verso gli immigrati del governo gialloverde.

Remo Bodei

Invece niente, ha scritto il suo articolo sulla Morte di un vecchio amico e de profundis della filosofia come se non avesse letto nemmeno il titolo del mio. Alt, non si tratta di orgoglio autorale ferito ma di stupore per l’evidente rimozione di una notizia pubblicata dalla stessa rivista online sulla quale il prof. Lisorini pubblica ormai da anni ogni domenica le sue acute osservazioni politiche contro i “compagni” e in difesa delle posizioni estreme della destra antisistema. Sentite: dopo aver dichiarato che non legge più i giornali cartacei, in quanto “con minore sforzo lo schermo del computer mi forniva un quadro sinottico delle notizie, potevo visualizzare la rassegna stampa e cogliere al volo quello che mi pareva importante per poi andarmelo a leggere con calma. Insomma, a farla breve, dopo aver smesso di leggerli ho smesso anche di comprarli” (questo spiega anche perché il prof. Lisorini ha scelto di collaborare da Livorno con una rivista online come ”Trucioli savonesi” , forse avrebbe preferito scrivere su una rivista online livornese  o pisana o magari fiorentina, ma non si può avere tutto dalla vita!) - racconta che “in uno di quei momenti di intimità nei quali mi capita di smanettare col tablet o con lo smartphone per curiosare su ciò che succede nei paraggi, mi si para davanti la pagina dei necrologi e scorrendola mi imbatto nel circolo culturale di un paesino del pisano che partecipa la scomparsa di Remo Bodei. Ho cliccato sul link e ho avuto la conferma che si trattava del vecchio amico e compagno di studi, perso nel tourbillon de la vie insieme a tanti altri con cui ho condiviso una giovinezza troppo seria per quello che i tempi ci avrebbero riservato”. Prima osservazione: il prof. Lisorini ha voluto precisare che la notizia della morte di Remo Bodei non l’ha appresa dal mio articolo su “Trucioli savonesi” ma da un non meglio specificato “circolo culturale di un paesino del pisano che partecipa la scomparsa” del filosofo; pazienza, come si dice in questi casi, me ne farò una ragione. Seconda osservazione: rimane da capire perché, nel caso in cui avesse letto la notizia prima di domenica 17 novembre nel modo descritto, abbia aspettato ancora una settimana prima di commemorare il suo vecchio amico e compagno di studi


La Normale di Pisa

. Terza osservazione: quando l’amicizia è vera e profonda non c’è tourbillon che tenga, tanto più che se Bodei abitava a Pisa, dove aveva insegnato per anni sia all’Università che alla  Normale, era facilmente raggiungibile da Livorno e in ogni modo era reperibilissimo, negli ultimi anni, durante il Festival di Filosofia a Modena, Carpi e Sassuolo, bastava volerlo incontrare. Quindi il tourbillon non c’entra niente, altri saranno stati i motivi. E poi c’è una frase sibillina il cui senso, lo confesso, mi sfugge; la frase è: “insieme a tanti altri con cui ho condiviso una giovinezza troppo seria per quello che i tempi ci avrebbero riservato”; che cosa vuol dire? Che bisognava studiare di meno e divertirsi di più? Che, leopardianamente, chi più sa più è infelice? Che è meglio una beata ignoranza dell’amore per il sapere? Professore, la prego, non mi lasci con questi dubbiosi interrogativi, che cosa intendeva dire? Poi Lisorini prosegue nel ricordo di quei tempi ormai lontani: “Bodei, arrivato a Pisa dalla Sardegna preceduto dalla fama di liceale bravissimo, dimostrò subito di essere il più intelligente normalista del nostro corso”. Normalista? Bodei ha frequentato prima l’Università, dove si è laureato e dopo, in un secondo tempo, la Scuola Normale Superiore dove ha conseguito il diploma di licenza e il diploma di perfezionamento; questo significa che non era un “normalista” all’epoca in cui era compagno di corso di Pier Franco Lisorini; dunque, se è valida la proprietà transitiva, nemmeno Lisorini era un normalista. Scherzi della memoria (o del desiderio). Da questo punto in poi la commemorazione prende una piega decisamente polemica: “quando divenne chiaro che per rimanere in facoltà o ci si accodava al cattedratico giusto o ci si intruppava nella sinistra comunista o extra parlamentare, lui si impose per forza propria e messi i piedi in Europa e oltre Atlantico non gli toccò di sporcarsi con le miserie dell’accademia nostrana”. Messi i piedi? Caso mai la testa, l’intelletto e la volontà di perfezionare la sua preparazione presso altre Università prestigiose come quelle di Tubinga, Friburgo, Heidelberg e Bochum mentre il nostro collega collaboratore di “Trucioli savonesi”, vinta la cattedra nei licei, “volse le spalle senza rimpianti” all’ Accademia pisana e alle sue miserie.

 

Cesare Luporini e Francesco Barone

Di qui Lisorini intona il suo  De profundis  sulla filosofia italiana postgentiliana e soprattutto post Sessantotto: maestri come Cesare Luporini e Francesco Barone - due punti di riferimento obbligatiil primo per gli studiosi dell’umanesimo  marxista italiano, il secondo per chi si occupa di neopositivismo e di filosofia analitica – declassati a “periti settori intenti a esaminare un cadavere”. Della sua generazione salva solo Sergio Landucci, un altro condiscepolo “che pure lui incarnò una filosofia ‘filologica’ ma lo fece con grande dignità e non resisté a lungo alla compagnia malvagia e scempia dalla quale si trovò circondato dopo l’okkupazione militare dell’università da parte del Pci”. Come si vede Lisorini approfitta anche di questa occasione per mettere in campo la sua militanza anticomunista.


Dopo una digressione in cui deplora la perdita di senso e di finalità della filosofia “quando l’approccio filologico si sposta dai grandi, Hegel in testa, ai minori e ai minimi” e ricorda l’imbarazzante “insipienza di presidenti di commissione di maturità, di concorsi magistrali e di concorsi a cattedre in cui è stato commissario, con al loro attivo articoli su riviste  che nessuno avrebbe mai letto, colpevoli (sic!) di traduzioni da lingue di cui non conoscevano una parola,  esperti di un unico insulso argomento  annaspanti e disorientati sul resto anche quando avevano apposto la firma su manuali prestigiosi (giusto la firma)”, forse calcando un po’ la mano (quali riviste? Quali lingue? Quali insulsi argomenti? Quali manuali prestigiosi? E, soprattutto, quali firme?) per denunciare i guasti e il degrado culturale causati dal nefasto Sessantotto e dall’okkupazione militare dell’università da parte del Pci, Lisorini ritorna a parlare del vecchio amico e compagno di studi, non del suo pensiero e delle sue opere che senza il minimo imbarazzo ammette di non avere letto, anzi, che si è “guardato bene dal leggere”, ma della sua attività di divulgatore senza neppure specificare di quali problemi e di quali questioni filosofiche. Ora io mi chiedo, e chiedo al collega collaboratore di “Trucioli savonesi”, come si fa a parlare seriamente di un autore senza averne letto nemmeno una pagina? Se Lisorini avesse letto almeno l’ultimo libro del suo vecchio amico e compagno di studi, cioè Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, Intelligenza Artificiale, Il Mulino, 2019, forse la sua convinzione sulla morte della filosofia potrebbe vacillare. Ma qui gli lascio la parola, se, questa volta, vorrà rispondere.

  FULVIO SGUERSO 

 

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