di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 691 del 12 gennaio 2020
Tel. 346 8046218
Se fischia il vento del cambiamento Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Se fischia il vento del cambiamento

 I compagni di ieri

I comunisti non mi sono mai piaciuti. Già da ragazzo mi sembravano un corpo estraneo alla nostra cultura, alla nostra mentalità, al nostro - per dirla con Kardiner- “carattere nazionale”.  Avevo letto il libro di Paolo Robotti, il cognato di Togliatti, Nell’Unione sovietica si vive così, che voleva essere una rappresentazione agiografica della patria socialista ma sortiva l’effetto opposto alle intenzioni dell’autore. Al confronto l’orwelliana Fattoria degli animali mi appariva come un modello di democrazia liberale.  Più tardi ho avuto la conferma che la Russia era caduta nelle mani di una cricca di criminali e che il regime poliziesco bolscevico e quello nazista coincidessero alla perfezione. Migliore organizzazione in Germania, anche perché i tedeschi, a differenza dei russi, si erano convintamente adattati al sistema e ci mettevano del loro, ma stessa intolleranza, stesso malinteso senso della disciplina e dell’autorità e stessa corruzione.


Né mai mi son piaciuti i comunisti italiani, e non dico Togliatti, che ha fatto per anni il reggicoda di Stalin ma neppure Gramsci, che pure doveva sapere, lui con moglie russa e l’assidua consuetudine con la cognata, quali fossero le condizioni di vita nel paradiso sovietico ma quel che sapeva se l’è tenuto per sé. Poi c’è Berlinguer e la via italiana al socialismo ma prendere le distanze da Stalin quando ormai era morto e alla sua damnatio memoriae ci avevano già pensato i compagni russi mi sembrava troppo facile.

Eppure riconoscevo, e riconosco tuttora, che per, quanto malriposto, c’era si avvertiva un afflato corale, un sentimento condiviso di fiducia e di speranza che dava al comunismo la dignità dell’ideale e un senso ai partiti che ne erano espressione. C’era, è vero, un gigantesco equivoco: operai sfruttati, sottopagati, braccianti che per sfuggire alla fame andavano a ingrossare le periferie del nord non potevano essere confusi con la nomenclatura borghese che pretendeva di rappresentarli. Ma il comunismo era anche il materialismo storico, una concezione laica della vita, l’alternativa alla morale bigotta, all’invadenza del clero ed era anche l’anticapitalismo, era anche il leninismo antimperialista.  E si potevano tenere separati il programma, gli obbiettivi dichiarati, la fede sincera di tanti militanti dal partito e dal suo apparato, con la convinzione che le idee sarebbero state più forti della miseria umana e avrebbero finito per sopravvivere alle organizzazioni nelle quali il comunismo si era incarnato per dar vita ad un partito che fosse davvero strumento di riscatto sociale e di rinnovamento politico e culturale. Era la convinzione di tante persone perbene che guardavano oltre il contingente ma, ahinoi, si illudevano e fra di loro ho contato alcuni dei miei migliori colleghi. Il comunismo, insomma, era un imbroglio, ma era un imbroglio ben mascherato. 

 

I compagni di oggi

Ma ora il re è nudo e la vera natura borghese del comunismo si espone con tutta la sua oscenità.  Con Marx nesso in soffitta insieme al proletariato, il suo lascito illanguidito e dolciastro è rimasto nelle mani di quella che si crede la nuova aristocrazia. Il partito che ne è espressione sta di casa nei salotti romani e milanesi, ha ottime entrature in Vaticano e un filo diretto lo unisce ai dem americani. Tutta bella gente, gente che non odora di povero, gente che non deve affannarsi nello studio o nel lavoro, gente di principi e soprattutto di valori, rigorosamente depositati nei paradisi fiscali, che a pagare le tasse ci pensano i pezzenti. Del resto quella è gente che non deve nulla agli Stati nazionali, è gente cosmopolita, sovranazionale, ci mancherebbe volerla soffocarla nei confini di una nazione.

Oggi il partito che fu già il Pci è il partito dei diritti e in questa sua veste li difende: quelli di alcuni a spese dei diritti di altri, altri che sono poi la grande maggioranza dei cittadini, assoggettata alla tirannia delle minoranze. Una maggioranza che si deve accollare il peso e i guasti dell’invasione perché il partito deve appuntarsi sul petto la medaglia dell’accoglienza, la massima onorificenza concessa dal Potere Globale che irradia dalla borsa di New York alla Silicon Valley fra zuccotti, grembiulini, kippiah, kefiah affratellati dal dio denaro.


I nuovi tabù: l’euro, l’Europa

Ma è anche il partito che, parole del suo leader, “si impegna a prestare attenzione ai bisogni delle fasce più deboli della popolazione”.  In questa evoluzione linguistica sta tutta la metamorfosi della sinistra: dalle rivendicazioni alle concessioni, dall’esproprio alla carità, badando sempre che chi ne beneficia si presti a fare il cane da guardia del sistema.  Sopra il quale c’è il potere del quale è strumento, lo stesso che esige porti aperti e accoglienza, lo stesso che ha voluto l’euro e questa Europa franco-tedesca. 

I rappresentanti della Lega devono stare attenti ad evitare qualsiasi accenno anche lontanissimo che metta in dubbio la bontà della moneta unica o tantomeno l’appartenenza all’UE.  Guai!  Interdictio aqua et igni, fuori legge, fuori dal parlamento, fuori dalla faccia della terra!


Eppure gli italiani lo sanno bene cosa ha significato l’euro per loro. Chi godeva di un relativo benessere si è ritrovato povero, ridotto a lavorare per pagare mutuo e bollette, l’80% dei redditi da lavoro si sono appiattiti mentre si è spalancata la forbice rispetto alla minoranza di privilegiati e parassiti che allignano nei feudi della sinistra. E sanno bene che cosa ha significato per l’Italia l’ingresso nella comunità europea. Politicamente azzerata, sopravvive economicamente nonostante Bruxelles e i suoi complici italiani grazie all’intelligenza e alla laboriosità del suo popolo, il mare nostrum è ora di tutti fuorché italiano, quando lo stesso Putin si riferisce alla Libia, che storicamente, geograficamente, economicamente dovrebbe riguardare noi prima di ogni altro, chiama in causa turchi, egiziani, francesi, tedeschi ma non menziona neppure l’Italia, perché l’Italia come Stato semplicemente non c’é.  L’Europa faceva un cattivo servizio anche al Regno Unito ma gli inglesi se ne sono accorti e hanno tagliato la corda. Anche gli italiani se ne sono accorti ma si possono sfogare nei bar perché non c’è un partito che osi interpretarne i sentimenti.  Perché qui da noi c’è una suprema autorità  intellettuale e metapolitica di cui il  malconcio Pd  è l’espressione, che mette il bavagli alla politica, alla stampa, alla televisione; un Pd malconcio e maltrattato dagli elettori ma mai così invasivo e così potente come ora, a riprova che la democrazia in Italia è una chimera, e non dico una buffonata perché bisogna usare un linguaggio delicato.


L’inevitabile risveglio della nazione

È evidente che un Paese normale, una democrazia autentica, uno Stato sovrano non possono sussistere con l’ipoteca di non poter difendere i propri confini, di non poter decidere come usare il denaro pubblico, di rimanere vincolati a trattati che ne limitano la sovranità. I due poteri forti che hanno in pugno il nostro Paese, il Vaticano e la sinistra - se usassi un linguaggio brutale direi preti e comunisti - non vogliono che torni ad essere un Paese normale, uno Stato sovrano, una vera democrazia.  Ma possono davvero impedirlo? Mi sento di rispondere seccamente: assolutamente no. Non possono impedirlo, non lo possono fare nemmeno con l’intervento diretto di Bruxelles, della finanza globale o di chiunque pensi di essere il burattinaio del pianeta.  Non lo possono fare perché contro la volontà popolare non ci sono armi. 


Ma hanno potuto farlo  grazie al doppio tradimento dei vertici del movimento(?) Cinquestelle:  nati e affermati all’insegna del “vaffa” chi li ha votati intendeva -a torto o ragione - protestare contro la politica, voleva che si contrastasse il potere non che si scalasse il potere; il primo tradimento è stato quello di voler governare, e di volerlo fare a tutti i costi, anche con quel Pd che era stato il principale bersaglio in campagna elettorale; abbandonata questa ipotesi  non per merito di Di Maio o di Grillo ma per l’indisponibilità del Pd, sembrava che un governo con la Lega potesse essere comunque uno strumento anti-sistema, un grimaldello per scoperchiare e battere i poteri reali una volta che la Lega si fosse affrancata da Berlusconi; e proprio quando la Lega e i Cinquestelle potevano saldarsi in un blocco sovranista e populista il secondo tradimento, maturato prima col sabotaggio e realizzato dopo con la congiura di palazzo con cui il Paese è stato venduto alla sinistra.  Ma attenzione: i Casaleggio, Grillo, Di Maio appartengono alla cronaca, sono fenomeni congiunturali; i loro elettori, quelli che li avevano votati e hanno dovuto pentirsene, no, quelli restano e sono loro il vento del cambiamento.

Quello è il vento della democrazia, dove non ci sono ipoteche, non ci sono zone minate, dove non si può impedire a qualcuno di parlare e di esporre liberamente le proprie opinioni su tutto perché non ci debbono essere argomenti proibiti. In democrazia si può e si deve parlare liberamente della convenienza che l’Italia ha o non ha a restare nell’euro e/o nell’Unione europea, così come in democrazia si può e si deve parlare alla luce del sole, non per ammiccamenti, di un piano per il rimpatrio forzato degli stranieri illegalmente presenti nel Paese perché è impensabile che ci si debba sobbarcare all’infinito il peso del loro mantenimento. 

   Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione   

 

 

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