SETTIMANALE anno XVII
n° 751 del 9 maggio 2021
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Fra Scepsi e Mathesis (seconda parte) Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
FRA SCEPSI E MATHESIS II

Anche per Empedocle di Agrigento, il leggendario poeta-filosofo e politico che morì, secondo la tradizione, gettandosi nel cratere dell’Etna,  dell’ amore universale (aggregazione) perennemente insidiato dall’odio (disgregazione)--ricorda il prof. Lisorini – “il tutto è in tutte le cose” e anche per Empedocle, come per gli altri presocratici, “la realtà non è quella che appare ai sensi e alla mente deboli e ingannevoli degli uomini, la cui fugace esistenza non consente loro di attingere la verità”..

Riguardo a questo, abbiamo la conferma della fisica contemporanea (cfr. il bel saggio di Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose, Raffaello Cortina, Editore), almeno su questo punto. filosofi e scienziati concordano. Non per niente è difficile, anzi, impossibile distinguere, in quella prima stagione del pensiero occidentale, la filosofia (il cui nome peraltro si affaccia alla storia dell’Occidente solo con la scuola pitagorica) dalla scienza (episteme). Notevole il paragrafo su Pitagora e il pitagorismo, il cui titolo – La realtà è numero - anticipa l’essenza dell’insegnamento del Maestro che fondò la sua scuola a Crotone dopo essere emigrato con la famiglia dall’isola natia di Samo, primo emigrante illustre nella storia del pensiero occidentale. Con la chiarezza del dettato che lo contraddistingue, il prof. Lisorini traccia il profilo storico-scientifico della figura di Pitagora e della sua scuola, diffusasi dopo la morte del Maestro in tutta l’Ellade: “Una tradizione consolidata vuole che la scuola sia entrata in crisi quando l’esistenza di grandezze incommensurabili – come il lato e la diagonale del quadrato – tenuta a lungo gelosamente nascosta venne rivelata all’esterno. Il dogma dell’essenza numerica della realtà era infatti il fulcro e la stessa ragion d’essere del pitagorismo, che vedeva nella proporzione, nell’armonia, nella coincidenza fra configurazioni spaziali e rapporti numerici il segreto della comprensibilità dell’esperienza e la base di ogni conoscenza.


La matematica era tout court la conoscenza, i cui elementi sono numeri”. Sintesi ammirevole: “…in origine, lo studio dei rapporti matematici, che comprendeva l’astronomia e le musica, non era il fine ma il mezzo della scuola. Il mezzo per nutrire la mente, sottrarre l’anima dalle preoccupazioni materiali, sollevarla dalle miserie del corpo e renderne possibile la purificazione e la liberazione”. Ecco un esempio di stile, è il caso di dire, attico, cioè chiaro, elegante, preciso, senza inutili giri di parole. Quest’ultima annotazione formale sullo stile adottato dal prof. Lisorini in questa occasione  ci introduce all’argomento dell’ importante paragrafo  intitolato “Il potere della cultura e il filosofo educatore”, collocato nell’indice generale subito dopo il paragrafo su Democrito e il materialismo atomistico, cioè la sofistica (sofistiké téchne), la corrente filosofica fiorita soprattutto ad Atene tra la metà del v e la fine del IV secolo a. C., con la quale si passa dalle speculazioni  sulla natura, sul cosmo e sul mondo esterno al soggetto conoscente e agente, allo studio dell’uomo e del linguaggio, alle questioni della vita sociale, della politica, della giustizia e dell’etica.


Pitagora

Nella sofistica “Il filosofo – osserva il prof. Lisorini – non è più né un saggio né uno scienziato né un santone: rimane un maestro ma un maestro laico che dà lezione sull’arte di acquistare consenso e di parlare in pubblico, sulla natura delle istituzioni e sul significato della giustizia. Questo maestro, che è il sofista, impartisce lezioni che hanno un’utilità e un valore pratico, si fa pagare per i suoi insegnamenti e, pur essendo Atene il suo riferimento privilegiato, percorre le diverse poleis greche contribuendo così al costituirsi di una cultura e di una coscienza panelleniche”. E qui forse sarebbe stato il caso di menzionare, oltre a Protagora di Abdera con le sue Antilogie  e il suo celebre inizio dei  Discorsi sovvertitori (Logoi kataballontes): “Di tutte le cose misure è l’uomo, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”, ragionamento che sta alla base di ogni concezione erica relativista e individualista e a Gorgia di Leontini con il suo nichilismo quale si evince dalla sua dissertazione Sul non ente di cui ci è rimasta solo la parafrasi fatta da Sesto Empirico che leggiamo nell’opera Adversus mathematicos (opportunamente riportata in nota dal prof. Lisorini), anche gli altri due “maestri di virtù” della prima generazione di sofisti: Prodico di Ceo, per il suo insegnamento morale esemplificato con la famosa parabola di Ercole al bivio tra il vizio e la virtù, per la sua interpretazione, freudiana ante litteram, della religione e per la sua razionalizzazione delle divinità che anticipa lo Scritto sacro di Evemero sulla divinizzazione di uomini eroici e di antichi re, da cui il termine e il concetto di “evemerismo”, che venne e viene ancora oggi usato in letteratura e in filosofia per screditare il cristianesimo, e Ippia di Elide, il primo giusnaturalista nella storia del diritto data la sua concezione della giustizia coincidente con il diritto di natura, che, in ogni caso, viene prima delle costituzioni delle poleis greche.

Per Ippia le leggi universali non scritte valgono di più delle leggi scritte. Anche questo è un tema che sarà ricorrente nella storia del pensiero giuridico occidentale. E qui prevedo l’ovvia obiezione dell’autore: “ iI mio cammino alla ricerca del senso delle cose non va giudicato come se pretendesse di essere una nuova Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, o un tradizionale manuale scolastico filosofico-pedagogico, va letto e interpretato per quello che è non per quello che non è”. Giusto; tuttavia un libro, una volta pubblicato, non può sottrarsi al giudizio dei lettori ma solo augurarsi che non cada in mano a lettori prevenuti, superficiali o incompetenti; quanto alle critiche eventuali, se fondate su solidi argomenti e non pretestuose, non possono che essere ben accette dagli autori. Almeno si spera. Ad esempio, mentre ho trovato  efficace e indovinata la titolazione dei paragrafi fin qui esaminati, giudico invece fuorviante il titolo assegnato al paragrafo su Socrate: “Un sofista speciale”; tanto più che, come osserva subito lo stesso autore, Socrate “Immerso nella cultura sofistica dell’Atene del V secolo, confuso anch’egli tra i sofisti ma provocatoriamente distante da loro per l’aspetto trasandato e perché di fronte a loro ‘maestri di sapienza’, lui, non meno colto e padrone della parola di loro, vantava la sua ignoranza sostenendo che la sua unica certezza era di non sapere, guardato con diffidenza perché non si faceva pagare dai suoi seguaci, Socrate è rimasto attraverso i secoli il filosofo per antonomasia, l’incarnazione stessa della filosofia, esaltata dal non essere irrigidita nella scrittura e affidata unicamente alla ricerca”. Esercitata, come l’autore specifica più avanti, tramite il confronto diretto e dialogico-dialettico con i suoi interlocutori, servendosi dell’arte maieutica e dell’ironia.


Per questo, il prof. Lisorini non me ne voglia, avrei preferito un titolo come “Il filosofo per antonomasia” o “Il filosofo come coscienza critica della città”. Va bene, il titolo allude alla caricatura che ne ha fatto Aristofane nella commedia Le nuvole, ma perché partire, con quel titolo, dal punto di vista dei suoi avversari? Non è un modo, questo, di dar credito al Discorso Peggiore, per restare nell’ambito della commedia aristofanesca, anziché a quello Migliore? Inoltre quel titolo, come accade talvolta oggi per certi titoli redazionali che non corrispondono al contenuto dei relativi articoli, non rende nemmeno esattamente conto del pensiero dell’autore, che infatti così argomenta: “Socrate è messo in ridicolo senza che ne venga colta la specificità rispetto ad un qualunque sofista, le scuole socratiche minori accentuano e continuano alcune caratteristiche esteriori del personaggio e certi aspetti della sua indagine”. Il prof. Lisorini sorvola quindi sui cinici, sui cirenaici e sui megaresi, con buona pace di Antistene e del suo ideale di ritorno alla natura, di Diogene di Sinope e della sua lanterna, di Aristippo di Cirene e del suo edonismo, di Euclide di Mègara e della sua ricerca dell’ unico vero bene,  per soffermarsi sul socratismo cosiddetto maggiore di Platone e di Aristotele: “Nel 390° a. C. si celebrava il processo per ateismo e corruzione dei giovani indetto contro Socrate su denuncia di tre cittadini ateniesi (ricordiamone il nome a futura memoria: Meleto, Anito e Licone).


Socrate

Il processo che si teneva all’indomani della caduta del regime aristocratico detto dei Trenta Tiranni, al quale il filosofo era stato vicino, aveva tutta l’aria di una vendetta politica e si concluse con la condanna a morte di Socrate, allora settantenne. Una ricostruzione attendibile della vicenda si trova in uno dei più celebri scritti di Platone, intitolato l’Apologia, vale a dire l’autodifesa, di Socrate”. Condannato a morte, quindi, per motivi politici ma anche per l’odio di quei concittadini eminenti, fossero politici, letterati, retori o sofisti (appunto) che il filosofo per antonomasia, l’unico vero sapiente in quanto sapeva di non sapere, aveva messo a nudo e umiliato dimostrando la loro presuntuosa ignoranza, tra l’altro venduta a caro prezzo. Stranamente rimane fuori dal quadro l’importante funzione che Socrate attribuisce al suo daimon, entità intermedia tra l’umano e il divino, che guida la sua coscienza verso il bene e la virtù. Quanto ad Aristotele, “conferma la centralità della conoscenza nel magistero socratico; l’insistenza sulle domande ‘che cos’è?’, ‘cosa vuol dire?’, sarebbero mirate alla definizione dell’essenza delle cose, a cogliere il concetto o l’universale. Centralità della conoscenza che risolve in sé la morale: Socrate pensava che nessuno potesse agire consapevolmente contro il bene, se lo faceva era solo per ignoranza”. Su questa identificazione del bene con il suo concetto o essenza si fonda la filosofia di Platone, che arriverà a concepire il mondo delle idee eterne e immobili illuminate dall’idea del bene in sé come il sole illumina tutte le cose senza confondersi con esse. Ma di questo parleremo nella prossima puntata  su Scepsi e Marhesis.

(Continua) 

 FULVIO SGUERSO

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