SETTIMANALE anno XVII
n° 751 del 9 maggio 2021
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Fra Scepsi e Mathesis (Terza parte) Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
FRA SCEPSI E MATHESIS II

Il titolo del secondo capitolo di Fra scepsi e mathesis, quello in cui il prof. Lisorini intende introdurci al pensiero dei massimi filosofi dell’antichità che, insieme a Socrate,  stanno alla base di tutta la filosofia occidentale, cioè Platone e Aristotele, è un altro esempio dello stile originale e, diciamo così, creativo, dell’autore: “Oltre il mondo per poterlo comprendere”; per capire il significato di questo titolo così volutamente enigmatico, in cui è sottinteso il verbo della proposizione principale che potrebbe essere “andare” o “porsi” oppure “sporgersi (con il pensiero)”, che potrebbe alludere all’iperuranio platonico e alla metafisica aristotelica, non vedo altro modo se non quello di leggere attentamente i due paragrafi di cui è composto

 Intanto noto che, oltre all’enigma del titolo, si incontrano in questo capitolo altri enigmi minori, per esempio la vistosa sproporzione tra la lunghezza dei due paragrafi: solo quattro pagine e mezza dedicate a Platone e ben undici riservate ad Aristotele, come mai? Forse che Platone per il prof. Lisorini è meno importante di Aristotele? Sarà mai possibile chiedere e  ottenere una soluzione di questo enigma “minore” dall’autore di questo lungo cammino del pensiero occidentale? Ma vediamo il primo paragrafo, intitolato “Una teocrazia filosofica”, con chiara allusione alla città ideale descritta nella Repubblica (o, in greco, Politeia)  platonica, sulla quale, infatti, si sofferma l’autore, sorvolando incredibilmente su altri dialoghi da lui stesso ritenuti fondamentali come il Fedone e il Timeo (per non ricordare quelli neppure nominati ma altrettanto fondamentali come il Simposio, il Parmenide, il Sofista, il Filebo Le Leggi) che figura in mano al Platone dipinto da Raffaello nella sua Scuola di Atene nella Stanza vaticana della Signatura. Dunque, per il prof. Lisorini, “L’obiettivo di Platone era squisitamente politico e la dottrina filosofica da lui sviluppata va considerata in rapporto a tale obiettivo. La stessa scuola da lui fondata , l’Accademia, non era destinata a preparare dei pensatori ma doveva essere la palestra per uomini nuovi di un mondo rigenerato”.


Platone e Aristotele

Non era destinata a preparare dei pensatori ma dei politici, diremmo oggi, di professione (cfr. Max Weber: La politica come professione, 1919) Sennonché, per Platone, il politico di professione doveva essere anche filosofo. D’altronde è lo stesso Lisorini a ricordare che “Nei Dialoghi , la cui composizione accompagna tutto l’arco della sua vita dai tentativi di realizzare la sua utopia politica alle delusioni, i parziali successi, i fallimenti fino al ritorno in patria e la morte avvenuta  nel 347, il motivo costante è appunto la ricerca di quelle radici (del bene e del giusto) con insieme il desiderio di perpetuare la presenza di Socrate, di salvare quanto di buono la filosofia aveva compiuto nel suo avvicinarsi alla Verità, di stimolare il lettore alla ricerca e alla purificazione interiore”. Se tutto questo non è educare dei pensatori e formare dei filosofi idonei a governare la polis, che cos’è? E vorrà pur significare qualcosa se nell’Accademia platonica, consacrata ad Apollo e alle Muse, non si insegnava la retorica ma discipline come l’astronomia, la matematica, le scienze naturali e soprattutto la dialettica, che è un altro modo di denominare la filosofia? Infatti significa che “non ci può essere riforma politica che non passi prima da una riforma dell’uomo: l’ideale aristocratico della calocagarhia rivive in Platone rinvigorito da una riflessione complessiva sulla realtà, sui valori, sul senso dell’esistenza umana, sulla divinità”.


Dunque, se l’Accademia, nella visione di Platone, “doveva essere la palestra per uomini nuovi di un mondo rigenerato” e questi uomini nuovi dovevano essere anche filosofi, ovvero pensatori “impegnati” in politica, come era egli stesso,  allora era necessario formare e preparare dei pensatori all’altezza di questo compito o, se si preferisce, di questa missione. Tuttavia il fulcro della filosofia di Platone non è la politica ma la dottrina delle idee. Come scrive lo stesso Lisorini: “Il fulcro della sua dottrina è lo scarto fra la realtà come appare ai sensi e la realtà come si presenta alla mente. La prima è mutevole, inconsistente , però, a differenza di ciò che pensava Parmenide, corrisponde nel suo essere multiforme alle copie che esso stesso proietta nel mondo delle apparenze. Da un lato il mondo sensibile, le cose mutevoli e inconsistenti, dall’altro il mondo intelligibile, le idee fuori del tempo, solide ed eterne”. Bene, e fin qui siamo in pieno dualismo; ma, se il mondo delle idee è completamente separato dal mondo sensibile, se il mondo intelligibile è fuori dal mondo in cui viviamo, e se ne sta addirittura sopra il cielo, nel cosiddetto “iperuranio”, come possiamo comprenderlo? Ecco spiegato l’enigma del titolo: per comprendere questo mondo bisogna andare oltre questo mondo. Già, ma come? Di fronte alla difficoltà di spiegare in termini razionali o dialettici il modo di  “Entrare nel mondo delle idee” e di “liberarsi progressivamente del limitante e del negativo e risalire, non con un’ascesi mistica ma attraverso un percorso dialettico, cioè razionale, fino alle idee supreme della bellezza, della giustizia, del bene, che ci portano, o ci riportano, al livello della divinità” (Qui Lisorini allude alla funzione fondamentale per la conoscenza umana della reminiscenza - in greco, anamnesis - platonica su cui tornerà verso la fine del paragrafo, ma senza nominarla, non si capisce perché. Altro enigma “minore” da sciogliere), Platone ricorre alla narrazione mitologica.  Però attenzione: “Si tratta di una concezione palesemente antisofistica, per quello che nei sofisti era di relativistico e distruttivo, ma formulata in modo problematico e suggestivo, attraverso il mito ben lontano dal discorso sapienziale dei più antichi filosofi e senza alcuna tentazione naturalistica o cosmogonica (per la verità quest’ultima asserzione non è esatta, se consideriamo il mito dei cicli cosmici che leggiamo nel Politico e il mito del Demiurgo e quello dell’anima del mondo che troviamo entrambi nel Timeo.


Perché Lisorini non ne fa cenno? Altro enigma, non so se definirlo minore o maggiore). Ma andiamo avanti: “Il ricorso al mito come alternativa al Logos non è un tentativo di riproporre la favole antiche, verso le quali Platone è duramente polemico, ma esprime la consapevolezza che non si può chiudere la Verità all’interno di un sistema concettuale poiché ad essa si può solo alludere con metafore, suggerendo percorsi che sta a ciascuno liberamente interpretare”. Liberamente, sì, ma fino a un certo punto. Prendiamo il più celebre dei  miti platonici: l’ allegoria della caverna che leggiamo all’inizio del settimo libro della Repubblica. Questa allegoria è così di seguito riassunta e interpretata dall’autore: “Uomini incatenati all’interno di una caverna con lo sguardo rivolto verso il fondo, sul quale scorrono immagini diverse. Quelle immagini sono per loro la realtà. Quando uno di essi si libera, esce dalla caverna, scopre i veri oggetti che proiettano la loro ombra sul fondo, torna dentro e non viene creduto, o quando lo stesso, abbagliato dalla luce del sole, deve accontentarsi di guardare la vera realtà nel suo riflesso, viene adombrata una teoria della conoscenza e delle difficoltà che si parano nel cammino verso la Verità”. Fine della trasmissione. Per carità, il riassunto non fa una grinza, anche se un richiamo all’immagine della linea divisa in quattro segmenti per rappresentare in figura i quattro livelli o stadi del processo conoscitivo di cui si e servito Socrate alla fine del sesto libro non avrebbe guastato.


Tuttavia è come se gli mancasse qualcosa: la risalita del prigioniero liberatosi dalle sue catene verso la luce del sole non riguarda solo la conoscenza della Verità ma riguarda anche il suo progressivo avvicinarsi alla Virtù, quindi all’idea del Bene, che Platone paragona appunto al sole che illumina, riscalda e vivifica tutte le cose. Ma non basta; perché il prigioniero liberato e uscito alla luce del sole, invece di andarsene leggero e felice per il mondo reale sente il bisogno di tornare indietro, nel buio della caverna per liberare gli altri prigionieri che però, come racconta Socrate, non intendono essere liberati e forse lo uccideranno perché preferiscono le loro catene alla fatica di risalire alla luce della Verità? In termini banali: chi glielo ha fatto fare di ridiscendere nella caverna per liberare gli altri prigionieri rischiando la morte? Semplice, lo ha fatto perché, dice Platone, è diventato un filosofo, cioè uno che conosce il Bene. A questo proposito Martin Heidegger ha scritto: “Chi è questo liberatore? Di lui sappiamo solo questo: è uno che, dopo essere salito e uscito dalla caverna, contempla al di fuori di essa le idee, si pone nella luce e così ‘sta nella luce’. Uno così Platone lo chiama espressamente un ‘filosofo’. Così egli dice nel Sofista. “Filosofo è colui al quale sta a cuore scorgere l’essere dell’ente, pensandolo di continuo. Per il chiarore del luogo in cui sta, non è mai facile vederlo: infatti lo sguardo dell’anima della moltitudine è incapace di perseverare nel volgere lo sguardo al divino“ (in L’essenza della verità, Adelphi, 1997). Dal mito della caverna Lisorini passa al mito di Er, che leggiamo alla fine del decimo e ultimo libro, sempre della Repubblica : “Il mito di Er dà invece ragione del destino e della fortuna, della necessità e della responsabilità personale: il guerriero Er, già sul rogo dopo essere morto in battaglia si ridesta e rivela ciò che ha visto dopo la morte. Il genio visionario di Platone fornisce una rappresentazione escatologica di quello che è insieme il giudizio finale e l’inizio di un nuovo ciclo, in cui l’attribuzione della condizione della nuova vita dipende dal caso ma anche dalla scelta e dalla capacità di discernere che ciascuna anima ha precedentemente acquisito”. E chi è che ha più capacità di discernere? Socrate lo dice, perché Lisorini non lo dice? Altro mistero.


Subito dopo l’autore accenna alle “fondamentali rappresentazioni mitiche del ricordo, che giustifica la possibilità di conoscere, cioè di risalire al mondo delle idee: l’anima ha il suo luogo naturale e originario in quel mondo da cui è precipitata incarnandosi. Giusto; ma perché usa la parola generica “ricordo” invece del termine specifico e platonico di “reminiscenza” (anamnesis) e non fa riferimento (ultimo enigma del paragrafo su Platone), come di prammatica per questo tema, al Menone, al Teeteto, al Fedone e al Fedro? Infine tocca il tema della scrittura e del mito del dio egiziano Theuth narrato nel Fedro: “Il ricordo dà anche senso alla scrittura. Questa di per sé è inutile e dannosa in quanto pretesa di trasmettere il sapere: chi non sa niente può apprendere dalla scritto, che lo illude fornendogli solo strumenti per nascondere la propria ignoranza: solo chi già sa ritrova nelle scritto il proprio sapere, lo riconosce in esso, non lo trova ma lo ritrova”. E si potrebbe anche aggiungere che “una volta scritto, ogni discorso corre dappertutto allo stesso modo, così per le mani di quelli che lo intendono come di quelli che non vi si interessano per niente, né sa a chi debba parlare e con chi tacere. E’ maltrattato ed ingiustamente vilipeso, ha sempre bisogno del padre che lo aiuti perché non è in grado di difendersi e di aiutarsi da sé”. (Fedro, LX). Anche un libro, infatti, una volta pubblicato, può andare in mano a chiunque, né l’autore può stargli appresso ovunque vada. Nel presente caso però l’autore può, volendo, sciogliere gli enigmi di questo paragrafo, dal momento che non gli mancano certo gli strumenti “dialettici”.

 (Continua) 

 FULVIO SGUERSO

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